Self portrait with a whale backpack

2018

photograph mounted on dibond, 66×100 cm

Self portrait with a whale backpack is born from the desire to recover a balance now lost between the biorhythm of human being and the natural trend of the animal and vegetable environment.
Following a tragic accident by the artist diving into the sea from a cliff, the diagnosis of the rupture of some vertebrae has forced Mazzi to a period of sedentariness. To find a harmony between his body and the landscape, the artist decides to make a journey by moving to a fjord in Iceland. A place where human density is reduced to a minimum and landscapes are based on prehistoric imagery. The bones of cetaceans float for months on the water and the inhabitants collect the remains to decorate the gardens. The artist also collects them and then subjects them to scientists, reconstructing their history and provenance together. Far from any colonialist intent, the exploration of Mazzi throws an imaginative and still utopian bridge between his country of origin, where deforestation, abuses and unfinished buildings are happening daily, and a land where the ecosystem follows undisturbed its course. The photograph portrays the nude back of the artist, still traumatized by the surgical operations, while carrying on her shoulders a whale vertebra that has accompanied her in the knowledge of the island.
(text by Carolina Gestri for ‘Chi utopia mangia le mele’)

 

Self portrait with a whale backpack nasce dalla volontà di recuperare un equilibrio ormai perduto tra il bioritmo dell’uomo e il naturale andamento del regno animale e vegetale.
A seguito di un tragico incidente avuto dall’artista tuffandosi in mare da una scogliera, la diagnosi della rottura di alcune vertebre ha costretto Mazzi a un periodo di sedentarietà. Per ritrovare una sintonia tra il proprio corpo e il paesaggio, l’artista decide di compiere un viaggio trasferendosi in un fiordo dell’Islanda. Un luogo in cui la densità umana è ridotta al minimo e i paesaggi si rifanno a un immaginario preistorico. Le ossa dei cetacei galleggiano per mesi sulle acque e gli abitanti raccolgono i resti per decorare i giardini. Anche l’artista li colleziona per poi sottoporli a scienziati, ricostruirne insieme la storia e la provenienza. Lontano da ogni intento colonialista, l’esplorazione di Mazzi getta un ponte immaginifico e ancora utopico tra il suo paese d’origine, dove attività di deforestazione, abusi e incompiuti edilizi sono all’ordine del giorno, e una terra dove l’ecosistema segue indisturbato il suo corso. La fotografia ritrae l’artista a schiena nuda, ancora provata dalle operazioni chirurgiche, mentre porta sulle spalle una vertebra di balena che l’ha accompagnata nella conoscenza dell’isola.

(testo di Carolina Gestri per ‘Chi utopia mangia le mele’)