Muse

video 4K, color, sound, 13’30’’
2020

In the video Muse, Elena Mazzi leads viewers into the nightmare of gender violence through the disorienting beauty of the Greek and Roman statues in the Antiquarium of Palazzo Grimani in Venice. The video begins by showing details of the interiors as if they were still inhabited, while a voiceover ushers us into the private world of the person who lived, or perhaps still lives, in those solitary rooms.
The visual rhythm changes as the camera begins to show close-ups of the bodies and faces of these women and men from antiquity; bodies that have been restored, put back together, with breaks and mends in the marble; details of broken fingers; a series of legs and bodies; male and female statues seen in relation to each other from different angles, with rays of natural light cutting in between. These are statues that have been stolen from other places, in an era of brutal colonialism that clashed with the perfect aesthetic balance of their arrangement. They are bodies that speak to us of distant lands and times, of love, violence, myth, pillage, death, and rebirth. The voiceover tells stories of rape, of abduction, of violent beings, both male and female. The text has been constructed by selecting myths in which violence plays a pivotal role, putting them into a broader narrative that ties this mythological past to the present and highlights how certain behavioral dynamics are still the same today. This visually powerful narrative takes us into the violent world of myth, based on power and domination, where violence is directly employed by a wrathful, lustful god.

 

Elena Mazzi nel video Muse accompagna per mano lo spettatore nell’incubo della violenza di genere attraverso la bellezza straniante delle statue greco-romane conservate nell’Antiquarium della Domus Grimani a Venezia. Il video inizia con delle inquadrature di particolari di interni come se quelle sale fossero ancora vissute mentre una voce narrante ci porta nell’intimità della persona che abitava, o forse ancora abita, quelle stanze solitarie. Il ritmo visivo cambia quando la camera comincia ad inquadrare particolari anatomici dei corpi e dei volti di uomini e donne dell’antichità, corpi restaurati, rimessi insieme, tagli e suture nel marmo, dettagli su mani dalle dita mozzate, gambe e corpi che si susseguono, mettendo in relazione statue maschili e femminili da diverse angolazioni, con luci naturali che tagliano gli sguardi. Sono statue trafugate da altri luoghi, in un’epoca di crudo colonialismo che stride con il perfetto equilibrio estetico in cui sono allestite. Sono corpi che ci raccontano storie lontane, di relazioni amorose, di violenza, di mito, di saccheggio, di morte e di rinascita. La voce narrante ci parla di stupri, di rapimenti e di dei violenti che non esitano a trasformarsi per poter raggirare le loro prede sessuali, esseri umani disarmati e bellissimi sia uomini che donne. Il testo è stato costruito selezionando alcuni miti in cui la violenza è il fulcro del racconto e inserendolo in una narrazione più ampia che mette in relazione quel passato mitologico con la contemporaneità, mettendo in evidenza come certe dinamiche comportamentali si ripetano ancora oggi sempre uguali. Questa narrazione visivamente potente ci porta in un mondo violento, quello del mito, fatto di sopraffazione e dominazione e in cui questa violenza viene agita direttamente da un Dio iroso e desiderante. (testo di Paola Ugolini)