Becoming with and unbecoming with

silver, Murano glass, 15×20 cm

 
Always starting from this year’s experience and from research conducted in Iceland, the artist tells of a new encounter / clash between cetaceans (marine mammals) and natural forces. Inspired by the writings of Donna Haraway, Mazzi investigates the meeting between species, revising in his personal story a projection of what was said by the philosopher: “We must ask ourselves what happens when the species meet, because once we have met, we can no more be the same. ”
A series of cetacean vertebrae (seals, whales, whales..) reproduced in metal (silver) dialogue with glass solids. The work focuses on the encounter between form and matter: the original vertebrae are reproduced in metal, to remember the prostheses that are inserted today in the surgical operations of stabilization of bone structures. These dialogue with glass, a liquid material which, like water, quickly becomes solid, but which, in its hardness, also maintains its fragility.
The artist chooses to focus on cetacean vertebrae as a metaphor of species halfway between mammal and fish, which coexists with the oceans and the earth, which dialogues with more environments and living beings, and which in Iceland continues to live even after mortem through the vernacular collections of the inhabitants who collect bones on the beach and use them as a decoration for houses and gardens.

 

Sempre a partire dall’esperienza di quest’anno e dalle ricerche condotte in Islanda, l’artista racconta di un nuovo incontro/scontro tra cetacei (mammiferi marini) e forze della natura. Traendo spunto dagli scritti di Donna Haraway, Mazzi investiga l’incontro tra specie, rivedendo nella sua vicenda personale una proiezione di quanto detto dalla filosofa: “Dobbiamo chiederci cosa accade quando le specie si incontrano, perché una volta che ci siamo incontrati, non possiamo più essere gli stessi.” Una serie di vertebre di cetacei (foche, balene, balenottere..) riprodotte in metallo (argento) dialogano con solidi di vetro. L’opera verte sull’incontro tra forma e materia: le vertebre originarie vengono riprodotte in metallo, a ricordare le protesi che vengono inserite oggigiorno nelle operazioni chirurgiche di stabilizzazione di strutture ossee. Queste dialogano con il vetro, un materiale liquido che, come l’acqua, rapidamente diventa solido, ma che, nella sua durezza, mantiene anche la sua fragilità. L’artista sceglie di focalizzarsi su vertebre di cetaceo come metafora di specie a metà tra mammifero e pesce, che convive con gli oceani e con la terra, che dialoga con più ambienti ed esseri viventi, e che in Islanda continua a vivere anche post-mortem attraverso le collezioni vernacolari degli abitanti che raccolgono le ossa in spiaggia e le utilizzano come decorazione di case e giardini.