Becoming with and unbecoming with

silver, Murano glass

series in progress

2018 – 2019

 

Becoming with and unbecoming with is an articulated project composed by several parts, born from the desire to recover a balance now lost between the biorhythm of human being and the natural trend of the animal and vegetable environment.
Following a tragic accident occurred diving into the sea from a cliff, the diagnosis of the rupture of some vertebrae has forced myself to a period of sedentariness. To find a harmony between his body and the landscape, I decided to make a journey by moving to a fjord in Iceland.
A place where human density is reduced to a minimum and landscapes are based on prehistoric imagery. The bones of cetaceans float for months on the water and the inhabitants collect the remains to decorate the gardens. I also collected them and then subjected them to scientists, reconstructing their history and provenance. Far from any colonialist intent, this exploration throws an imaginative and still utopian bridge between my country of origin, where deforestation, abuses and unfinished buildings are happening daily, and a land where the ecosystem follows undisturbed its course.

 

Becoming with and unbecoming with è un progetto articolato diviso in diverse parti, nato dalla volontà di recuperare un equilibrio ormai perduto tra il bioritmo dell’uomo e il naturale andamento del regno animale e vegetale.
A seguito di un tragico incidente avuto lo scorso anno tuffandomi in mare da una scogliera, la diagnosi della rottura di alcune vertebre mi ha costretto a un periodo di sedentarietà. Per ritrovare una sintonia tra corpo e paesaggio, ho deciso di compiere un viaggio in un fiordo dell’Islanda. Un luogo in cui la densità umana è ridotta al minimo e i paesaggi si rifanno a un immaginario preistorico. Le ossa dei cetacei galleggiano per mesi sulle acque e gli abitanti raccolgono i resti per decorare i giardini. Anche io li colleziono per poi sottoporli a scienziati, ricostruendone la storia e la provenienza. Lontano da ogni intento colonialista, questa esplorazione getta un ponte immaginifico e ancora utopico tra il mio paese d’origine, dove attività di deforestazione, abusi e incompiuti edilizi sono all’ordine del giorno, e una terra dove l’ecosistema segue indisturbato il suo corso.

 

Parte del testo di Carolina Gestri per la mostra ‘Chi Utopia mangia le mele’